Indagine sull’Europa di Matteo

Renzi, le parole buone e i fatti che mancano su debito e riforme.
5 AGO 20
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Matteo Renzi fra il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e il presidente della Commissione Josè Manuel Barroso (Foto Ap)

Matteo Renzi ha pronunciato un discorso di inaugurazione del semestre italiano di presidenza europea in cui ha ripetuto la tesi classica, già enunciata più volte anche da Silvio Berlusconi e da Giulio Tremonti, secondo cui solo con una diversa concezione della stabilità costruita sulla crescita si può creare una prospettiva per l’Italia e per l’Europa. Ha ribadito i propositi riformatori citandoli ancora una volta per titoli, ha esteso a mille giorni l’orizzonte temporale dell’impegno di trasformazione. Non c’è molto di nuovo, ma naturalmente quello che dà un senso particolare a un discorso un po’ scontato è la particolare situazione di forza in cui il premier italiano si trova all’interno e nelle relazioni con i suoi colleghi europei. Questo non significa che il percorso sia in discesa: lo scenario internazionale anche ai confini dell’Europa e del Mediterraneo è denso di tensioni e di pericoli, le disponibilità tedesche ad appoggiare una svolta produttivistica sono avare e puramente fraseologiche, il meccanismo decisionale europeo resta farraginoso (come d’altronde quello italiano) mentre l’Eurocrazia tende a paralizzare ogni spinta davvero innovativa. Offrire riforme in cambio di flessibilità, questa è in sostanza la proposta di Renzi, è uno slogan che può assumere un senso concreto solo se le riforme diventano fatti e la flessibilità viene definita in termini chiari. Di tutto ciò, per ora, c’è solo un’aspirazione che appare sincera, e una condizione di forza inusitata di un premier che potrebbe passare davvero dalle enunciazioni alle realizzazioni. Si vedrà presto, per esempio, se le resistenze delle caste conservatrici e autoreferenziali alle proposte di riforma della burocrazia saranno superate e questo servirà più di ogni discorso a rendere convincente o no l’impostazione di Renzi. Gli interlocutori italiani ed europei sono in attesa, più o meno fiduciosa, ma per evitare che la piccola finestra di opportunità che si è aperta per l’Italia si chiuda repentinamente, servono fatti e fatti immediati. Questo non significa che i discorsi non abbiano senso e che contino solo le misure concretamente adottate. In politica, specialmente in una situazione in cui gran parte delle scelte sono obbligate, ha un valore rilevante la visione che si riesce a esprimere, il ruolo che si riesce a interpretare. Da questo punto di vista l’atteggiamento assunto da Renzi, che si presenta come un autorevole promotore del cambiamento e non come un oggetto passivo dei giudizi altrui, è l’atteggiamento giusto, assunto nel momento giusto. Su questo è ragionevole che ottenga una sorta di mandato da parte di tutte le forze parlamentari responsabili, ed è quello che ha avuto di fatto. Però nessuno deve dimenticare che se non si riduce il debito con dismissioni massicce di patrimonio pubblico, la situazione in Europa dell’Italia resta precaria e c’è sempre la possibilità che qualcuno ne voglia approfittare per imporre una specie di protettorato, com’è già accaduto in passato.